5 canzoni per tornare alle origini

Mirfet Piccolo

5 canzoni per tornare alle origini: Mirfet Piccolo
5 Aprile 2016 Claudia Benetello

EDITORIALE

Chi siamo? Da dove veniamo? Chi siamo dipende anche da dove veniamo. Se non sappiamo esattamente da dove veniamo, saremo sempre alla ricerca delle nostre radici. E quindi della nostra identità…

Messa così, sembra quasi filosofia da quattro soldi. In realtà la faccenda è molto più interessante e condivisibile. Quando possiamo dire di sentirci “a casa”? Ci capita mai di sentirci nel posto sbagliato? E ancora: siamo in sintonia con le nostre origini, oppure per qualche motivo le rifiutiamo? La famiglia è frutto del sangue o delle nostre scelte?

La storia di Mirfet Piccolo ha dell’incredibile. Nata a Grosseto da genitori italo-eritrei, ha vissuto da nomade, crescendo senza i genitori naturali, con “parenti-non-parenti”, in orfanotrofio, da sola. L’unica costante di una vita fatta di continui spostamenti, nuovi inizi e assenze illustri è l’amore per la lettura e per la scrittura, suggellato da una laurea in Letteratura Inglese presso la Birkbeck University of London e un Diploma in Creative Writing conseguito presso la stessa università. Diversi dei racconti di Mirfet hanno visto pubblicazione su Nazione Indiana, e la sua seconda raccolta, intitolata Se non torno non mi cercare, è stata Opera Segnalata al Premio Italo Calvino XXIV edizione. In questa intervista prende spunto dalle sue vicende personali per riflettere sull’idea di viaggio, di origini e, conseguentemente, della ricerca di se stessi.

Mirfet Piccolo

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Identitweet: autoritratto in 140 caratteri

“Autrice (racconti, romanzi, ghostwriting). Le mie origini: in Eritrea, ma non solo. Nostalgica a giorni alterni del mio passato da nomade”

mirfet piccolo

La playlist

INTERVISTA

Per la maggior parte della gente il viaggio è evasione, fuga dalla quotidianità, scoperta di terre lontane. Per Mirfet, invece, ha una connotazione completamente diversa.

“Io ho sempre vissuto da nomade, soprattutto nel senso fisico del temine. E ho vissuto senza la mia famiglia biologica. Diciamo che sono venuta su a casaccio, un colpo di qua e uno di là. Ho smesso di cambiare casa solo nel 2010, quando ho comprato casa. Ma ancora adesso ci sono giorni che farei le valigie per ricominciare tutto da un’altra parte. Per vedere chi potrei ancora diventare, cosa di diverso potrei fare. Ma questo vagare non ha molto a che fare con la ricerca della felicità. Cerco chi sono, e dove appartengo.”

Molte persone fanno il percorso opposto: crescono normalmente in una casa e in una famiglia ben definite e da grandi decidono di spostarsi e viaggiare. Per lei è stato l’opposto. Si è sempre spostata con i genitori quando era piccola – perdendoli poi per strada – e si è fermata solo da adulta.

“Ho dei ricordi dei posti in cui dormivamo e delle persone con cui stavamo. Stazioni, spiagge, ponti, dove capitava… Eravamo nomadi pur non essendo di etnia nomade o rom, ci spostavamo in continuazione. Partiti dalla Toscana, dopo varie tappe siamo approdati a Milano nella prima metà degli anni ’80, dove siamo stati tra gli occupanti (abusivi) della Cassina Anna. Poi però la famiglia si è disgregata e io, pur non essendo maggiorenne, ero fuori casa e nessuno mi veniva a cercare.”

Mirfet cresce senza la percezione di cosa volesse dire un’altra vita. Inizia a rendersene conto solo alle superiori, quando vede compagni che tornano a casa da una madre e da un padre, che hanno ricordi di infanzia che lei non aveva. Lì si rende conto che c’era uno stacco profondo tra l’infanzia vissuta da lei e quella vissuta a da loro. Ma nella vita di Mirfet fortunatamente c’erano i libri.

“La lettura è stata la mia via di fuga e la mia salvezza. Quando leggevo, andavo in un mondo in cui a volte potevo ritrovarmi, ma che altre volte poteva anche essere molto diverso dal mio, altri modi possibili di vivere. Uno dei primi libri è stato Delitto e castigo. A dieci anni ho iniziato con i grandi romanzieri russi per poi passare agli autori latinoamericani verso i 15.”

La scrittura invece arriva in un momento successivo, anche se Mirfet immagina storie praticamente da sempre. Da dietro la finestra (o finestrino, se era in viaggio) osservava la gente camminare e si domandava che genere di vita fosse la loro. E tutto questo suo immaginare avveniva, e avviene tuttora, con la musica come sfondo indispensabile.

“Quando materialmente scrivo una storia, lo faccio in rigoroso silenzio. Ma la mia versione ‘di partenza’, cioè la storia quando inizia a nascere nella mia testa, avviene sempre grazie a della musica che dà il ritmo, o una parola chiave nel testo. Non riesco a creare nulla se prima non ho ascoltato, magari per giorni e settimane, una certa musica. Mi immagino storie piccole, quotidiane, apparentemente banali, che però, se guardate sotto la lente di ingrandimento, possono rappresentare dei momenti di svolta. L’unico mio scritto autobiografico è Ninna Ninna, pubblicato su Nazione Indiana nel 2011 e apparso anche sulle pagine di SUD: Rivista Europea. Mio padre era morto 16 anni prima e volevo mettere il punto, dirgli qualcosa che non gli ho mai detto. Ma per arrivare a farlo ho dovuto fuggire per tantissimi anni e prendere una certa distanza dalla cosa.”

I genitori di Mirfet, entrambi figli di donne eritree e uomini italiani emigrati in Eritrea ai tempi in cui era una colonia italiana, con lei parlavano rigorosamente nella lingua di Dante: la parola d’ordine era integrazione. Mirfet quindi non è mai stata in Eritrea, né conosce la lingua tigrina, e per questo sente che le manca un pezzo fondamentale. Sebbene ora abbia messo radici in Brianza, non può dire di sentirsi “a casa”.

Io non mi sentirò mai a casa. Questa condizione di nomadismo è interiore. Sono qui e vorrei essere altrove, anche se non so dove. Eppure so che se dovessi rifare le valigie, mi mancherebbe il fatto di non avere un punto fermo. So che se me ne andassi, sarei in giro a vagare alla ricerca di radici, delle mie origini. Che non si troveranno mai. Normalmente si pensa alle origini come a qualcosa di accogliente: una casa, un focolare, dei nonni. Ma magari le origini sono un susseguirsi di ostacoli. Anche se poi diventano un posto al quale si tende a tornare. Puoi scappare quanto vuoi, ma le domande tornano. Le mie origini possono anche essere difficili da accettare, ma torno sempre a ricercarle.”

Con le proprie origini bisogna sempre fare i conti. Ma non devono necessariamente rappresentare un monolite che ci sopraffà o ci soffoca:

Se vivi una vita da nomade, la tua identità è per forza un crogiolo di strade e di persone. Ora che ho 38 anni mi rendo conto che non esiste niente di più liquido dell’identità di una persona. Abbiamo un bagaglio, è vero, ma in fondo non è così grosso. E poi le origini non esistono, non esiste un punto zero. Perché prima del punto zero ci sarà un altro punto dal quale quello zero è nato”.

LA PLAYLIST DI MIRFET PICCOLO

My Love Will Fall – Skunk Anansie

“Normalmente scrivo in assoluto silenzio, con carta e matita. Prima però mi focalizzo su un testo, un album, una musica, che ascolto per giorni e che mi dà il ritmo e la parola chiave. Quindi torno su questa idea che diventa più grande e si definisce: quando arriva, spengo la musica e scrivo. L’unica eccezione è Ninna nanna, di cui ho scritto la prima versione in metro, da capolinea a capolinea, ascoltando Wonderlustre degli Skunk Anansie. Scelgo questa canzone perché mi rispecchio nel verso ‘I curse my love for you’, così doloroso.”


Innocence – Björk

“Un’artista che ho amato molto durante la mia adolescenza. Per me questo brano rappresenta un misto di paura e coraggio, l’idea di tornare indietro per andare ancora un po’ più avanti. Sono sola, spaventata, alla ricerca di mio padre e delle mie origini, ma devo andare.


Exit Music (For A Film) – Radiohead

“‘Today we escape…’. Ma domani? Domani torni. Per quanto tu possa volermi male, ci sarà qualcosa che ti farà tornare. Forse l’amore…?


A House Is A Home – Ben & Ellen Harper

“Anche se ci sono dei fantasmi, anche se sembra che non ci sia più nessuno e tutto appare abbandonato, quella lì è casa tua, che ti piaccia o no. È anche da lì che vieni. Bisogna solo accettarlo.


For Today I Am A Boy – Antony and the Johnsons

“Si nasce di un determinato sesso (che in fin dei conti è un punto di partenza chiaro, o almeno così verrebbe da pensare). Io nasco maschio, oggi sono così, ma magari dentro di me, ancora più a fondo, sono sempre stata una ragazza e lo diventerò. Questo è il senso di questa canzone e mi piace che ponga l’accento sull’incertezza dell’origine.


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