5 canzoni da leggere

Vera Gheno

5 canzoni da leggere: Vera Gheno
20 Aprile 2016 Claudia Benetello

EDITORIALE

Quando ascolto musica, non bado troppo ai testi. Mi faccio trasportare dalla melodia – se c’è – o dal ritmo, e tanto mi basta. Se il cantante ha una voce che non sopporto, può essere anche il più grande cantautore di tutti i tempi, ma non riuscirò mai ad apprezzare la sua arte. Se la musica mi colpisce, la voce mi affascina e i testi sono interessanti… tanto meglio! Ma quest’ultimo non è un requisito fondamentale per me. Questa è una delle mie canzoni preferite in assoluto, ma non direi che è merito delle parole (che pure sono tutt’altro che prescindibili!).

Questa settimana, invece, voglio ragionare sui testi delle canzoni e su come la lingua si evolve insieme a loro. E chi meglio di una linguista per trattare questo tema? Vera Gheno, responsabile Twitter dell’Accademia della Crusca e grande appassionata di musica, ci propone una playlist di canzoni – italiane e straniere – tutte da leggere.

 

Vera Gheno

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Identitweet: autoritratto in 140 caratteri

“Responsabile Twitter dell’Accademia della Crusca e linguista errante”

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La playlist

INTERVISTA

Non so voi, ma io l’Accademia della Crusca me la sono sempre immaginata come un covo di vecchi tromboni che vivono un po’ fuori dal mondo, tutti presi a disquisire sulla purezza della lingua italiana. Invece resto piacevolmente sorpresa quando conosco Vera Gheno, Twitter manager dell’istituzione. Giovane, bella e appassionata di musica, Vera è “figlia d’arte”: con una madre (ungherese) italianista e un padre (italiano) magiarista, il destino nel campo della linguistica sembrava già scritto.

“In realtà dopo il liceo classico ho deciso di studiare ingegneria. Avevo una vocazione ambientalista molto forte e così mi sono iscritta a Ingegneria per l’ambiente e il territorio. Ci ho messo circa tre anni per capire che non era roba per me: anche se amavo le materie scientifiche, facevo una fatica cane. Ho quindi accettato la cruda realtà che forse gli studi umanistici li avevo nel sangue. Così mi sono laureata in Lettere, ma mi sono specializzata in sociolinguistica, che rispetto alle altre materie è forse quella più tecnica. Quindi direi che i miei genitori c’entrano eccome… è tutta colpa loro!”

Al convegno Italiano Corretto che si è svolto la settimana scorsa a Pisa, Vera ha tenuto un intervento dal titolo “Linguisti nel terzo millennio: in equilibrio instabile fra tradizione e cambiamento”. A giudicare dalla musica che circola oggi, come vede l’evoluzione della lingua italiana?

“Nella musica italiana c’è sempre stato un spetto amplissimo di situazioni linguistiche, con registri diversi e lingue diverse. Ci sono i dialetti, come quelli dei rapper romani, c’è il linguaggio giovanile, ma vediamo anche cantautori che usano un linguaggio forbito, e penso ad esempio a Levante. La musica rispecchia tutta la varietà della lingua italiana. In questo senso, a mio avviso, il cantante ha una certa responsabilità, perché dal punto di vista linguistico è in grado di influire sul suo pubblico. Qual è stato il peso di Jovanotti nell’affermarsi del ‘che’ polivalente? In realtà lui ha semplicemente colto un vezzo/vizio linguistico sul quale gli studiosi stavano già riflettendo da tempo. In altre parole, ha intercettato un costume linguistico che esisteva già. Io credo che ci sia un influsso biunivoco: la società influisce sul cantante anche dal punto linguistico e il cantante può influenzare il suo pubblico e di conseguenza la società.  Questa non è una cosa né positiva né negativa. Emerge sicuramente che l’italiano è una lingua molto duttile: ha mille usi (nel bene o nel male) ed è anche molto elastica e tollerante verso giovanilismi, gergalismi e forestierismi. Questo è un segno di buona salute. Il problema si pone quando si ascolta solo un cantante: la dieta culturale, così come quella alimentare, deve essere varia.”

Quando si tratta di musica, Vera ammette che, forse per deformazione professionale, non riesce ad ascoltare un brano senza pensare al testo. Quali sono i generi e gli artisti che ama di più?

“La mia matrice è new wave e post-punk: Joy Division, Bauhaus e Sisters of Mercy, ma anche lo sperimentalismo degli Einstürzende Neubauten e l’elettronica di Aphex Twin. I miei gusti musicali sono cambiati ulteriormente da quando per ascoltare musica non devi comprare un CD. Quando lavoro, metto YouTube in sottofondo, scelgo un brano che mi piace e vedo quali sono gli altri che la piattaforma di streaming mi propone. Non ascolto radio perché non ne trovo una che mi soddisfi. Ora ascolto un po’ di tutto e spazio tra i generi: ultimamente ho apprezzato Taylor Swift, ad esempio. La musica l’ascolto prevalentemente in auto: se a Firenze vedete una matta che si agita dentro la macchina ferma ai semafori cantando a squarciagola, sono io!”

LA PLAYLIST DI VERA GHENO

Strani Giorni – Franco Battiato

“’Strange Days’ è un film bellissimo e mi piace che Battiato abbia fatto una canzone con lo stesso titolo. Del Maestro bisogna apprezzare la profondità lessicale, la competenza linguistica, il continuo code-switching tra italiano e inglese, che io trovo affascinante.”


Corpo a corpo – Subsonica

“‘Stanco di vedere la parole che muoiono, stanco di vedere che le cose non cambiano’. Una sorta di lamentatio dei tempi che cambiano, l’espressione di un disagio esistenziale piuttosto forte e che peraltro traspare in tanti loro testi. Sicuramente i Subsonica hanno un sacco di frasi ‘da tatuaggio’: hanno la capacità di individuare nodi caldi della psiche adolescenziale e post-adolescenziale di adulti non ancora risolti e li propongono nelle loro canzoni.”


Dogs Of Lust – The The

“I The The sono in assoluto il mio gruppo preferito. Me li ha fatti conoscere un amico che poi ha deciso di porre fine alla sua vita, per cui ogni volta che li ascolto penso a questa persona cui ho voluto un gran bene. I The The ti si piantano dentro: se leggi i testi una volta, poi te li ricordi. Sono uno dei pochi gruppi di cui posso cantare ogni brano a memoria.”


Survivalism – Nine Inch Nails

“Brano di grande intensità, uno dei più ‘cattivi’ della sua nuova produzione. Parla della violenza che ci viene propinata dai media e degli effetti che ha su di noi. Siamo talmente abituati a vedere gente che muore che questo ci rende forse insensibili ai mali della società. ‘Survivalism’ parla di tutto questo, con un ritmo che ti fa star male… che ti fa pensare.”


Forma e sostanza – C.S.I.

“Per me Tabula rasa elettrificata, che contiene questo brano, è uno degli album più belli che siano mai stati scritti. Un disco nato da un viaggio-pellegrinaggio in Mongolia e che mi colpì fin dalla copertina; lo trovo molto ‘verde’ anche nelle canzoni (il verde, peraltro, è il mio colore preferito). Questo brano ha un messaggio estremamente potente: ‘Voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché è mio, m’aspetta’… È l’autoaffermazione, l’idea di battere i pugni sul tavolo e pretendere cose dalla società. Non gratis perché tutto è dovuto, ma piuttosto agire in prima persona per il cambiamento.”


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