5 canzoni per 5 album fatti bene

Max Lotti

5 canzoni per 5 album fatti bene: Max Lotti
12 Aprile 2016 Claudia Benetello

EDITORIALE

Seduta alla console, ascolto i musicisti che suonano al di là del vetro. Secondo me il chitarrista ha esagerato col distorsore. Alla terza take, il cantante mi chiede se la sua parte va bene, ma io non sono certo una che si accontenta. Gliela faccio rifare una quarta volta e gli suggerisco anche un fraseggio che secondo me renderà il brano particolarmente efficace. Batterista e bassista sono stati impeccabili, però il sound di quel rullante proprio non si può sentire. Vediamo se il fonico può accorrere in nostro aiuto.

In un’altra vita mi immagino produttore artistico. Me lo figuro come una persona che prende creazioni altrui e le veste con un abito sonoro su misura. Certamente la sua sensibilità fa la differenza, ma è fondamentale che la metta al servizio degli artisti e del loro progetto discografico. Perché l’obiettivo non è coccolare il proprio ego, ma arrivare a dischi fatti bene. Ne parliamo con Max Lotti, fonico e produttore di Casamedusa Produzioni Musicali.

 

Max Lotti

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Identitweet: autoritratto in 140 caratteri

“Da chitarrista sfiorato a tecnico del suono e produttore; amo la musica fatta bene”

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La playlist

INTERVISTA

Oggi Max sta seduto in regia con centinaia di manopoline e pulsanti sotto le dita, ma il suo primo approccio alla musica è stato attraverso uno strumento musicale. Adolescente appassionato di rock, a 13 anni ha iniziato a suonare la chitarra. Successivamente i gusti musicali si sono diversificati: dopo aver virato verso il metal, è passato ad ascoltare David Bowie, Robert Fripp, Cure e Joy Division. Con la sua band, La Buona Onda, faceva rock psichedelico alla Pixies, mentre con un chitarrista jazz ha sviluppato un progetto crossover. Poi però si è reso conto che concentrarsi sulla sei corde poteva essere limitante:

“Utilizzando vari effetti, ho cominciato ad appassionarmi alla manipolazione del suono. A me piaceva usare la chitarra per creare tappeti sonori… e due mani non bastavano! Per prima cosa ho comprato un registratore multitraccia, poi un campionatore, quindi sintetizzatori e drum machine. Lavorando presso Bips Studio come assistente del fonico Paolo Mauri, ho visto passare tanta musica indie italiana: dagli Afterhours ai Prozac+, da The Carnival of Fools di Mauro Ermanno Giovanardi ai Sottotono. Stare in regia mi occupava tantissimo tempo e quindi progressivamente ho smesso di suonare la chitarra per dedicarmi invece all’attività in studio”.

Grazie al digitale, oggi fare musica è diventato molto più semplice ed economico rispetto a un tempo. Questo vuol dire che in giro ci sono più dischi fatti bene?

“Da 15 anni a questa parte, tutti hanno a disposizione strumenti dalla qualità altissima e che hanno già suggestioni al loro interno, con librerie sonore e virtual instrument. Ma non è la qualità intrinseca del suono a decretare il successo di un brano. Un tempo la musica era un po’ più ‘monolitica’: identificavi una band per un suono che era viscerale, profondo, sperimentato fisicamente con strumenti in mano. Oggi invece si copia tanto e, quando sbuca qualcosa che è ancora interessante, è perché in qualche modo ha quel germe magico della musica dentro.”

Max ha lavorato con molti artisti indipendenti italiani. Ultimamente si è occupato dell’album Flores di Marco Iacampo (“disco bellissimo per ricerca sonora, testi e l’immaginario di Marco stesso”), The Chosen One dei Three Blind Mice (“gran bel disco, di un genere che però in Italia fa un po’ fatica”) e Mirrors Against The Sun di Francesca Lago (“un’artista con cui lavoro da 20 anni e  per la quale ho anche suonato: rappresenta una sorta di trait d’union tra le mie due nature di musicista e tecnico”). Come vede il panorama indie italiano?

“Purtroppo la musica indipendente italiana dispone di risorse economiche troppo limitate – nell’80% si tratta dei mezzi degli artisti stessi – per fare qualcosa con progettualità. Puoi fare un disco, puoi anche fare un bel disco, ma se questo bel disco non ha visibilità, diventa tutto complicato. Ho l’impressione che le major, in ambito indie, facciano scouting tra gli autori: prendono le penne e le idee migliori e le portano in ambito mainstream. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non investono in progetti discografici indie. La musica alternativa riesce a emergere quando si crea una scena. Una volta era più facile perché c’erano meno commistioni di stili e i locali proponevano musica in linea con un genere, rivolta a un pubblico ben preciso. Oggi non è più così. Ma non fraintendermi, non sono certo un ‘talebano della musica’: è bello quando generi distanti tra loro trovano punti di congiunzione. Fatto sta che la musica alternativa aveva degli spazi che ora non ha più. Hip hop ed elettronica (quest’ultima però ha una propria scena) costituiscono un mercato che non conosco, ma che secondo me ha conquistato l’attenzione della maggior parte dei giovani, che sono poi quelli vanno agli eventi e nei locali”.

Veniamo alla playlist: cinque canzoni tratte da cinque dischi fatti bene. “Fatto bene” si riferisce alla evidentemente alla produzione, ma Max ci tiene a precisare un punto:

È fuorviante pensare che la produzione del disco coincida con il produttore. Quello che conta sono le idee che confluiscono in un progetto e gli danno un’identità, a prescindere che provengano dall’artista o da un produttore esterno. I Bon Iver, ad esempio, hanno lavorato senza produttore. Idem i Talk Talk, con un disco di rock jazz sperimentale che rappresenta un cambio di rotta rispetto ai lavori precedenti. I Radiohead hanno Nigel Godrich, che però è un fonico, non un produttore, e che tuttavia ha un ruolo fondamentale per la band. Negli anni si è conquistato uno spazio fondamentale come musicista nel progetto Atoms for Peace capitanato da Tom Yorke. Damon Albarn, pur contando sull’apporto di Richard Russell, ha fatto tutto da solo. Soltanto gli U2 hanno avuto un produttore: due pesi massimi come Brian Eno e Daniel Lanois. Hanno sempre avuto produttori straordinari per ogni disco!”.

LA PLAYLIST DI MAX LOTTI

Calgary – Bon Iver

“Il primo disco era chitarra e voce, mentre il secondo album, che contiene questo brano, ha un concetto di produzione totalmente inusuale. È un disco timbricamente scuro, la cui gestione delle voci, derivata dal disco precedente, è fantastica come concetto produttivo: tante voci, sempre doppiate, una sull’altra. C’è un alchimia perfetta tra cura del sound, performance dei musicisti e voci meravigliose. Quando hai songwriting di alto livello, musicisti eccellenti e qualcuno che decide che il suono deve andare in una certa direzione, rischi di fare un capolavoro. E per me questo disco lo è.”


The Rainbow – Talk Talk

“Per me Spirit Of Eden, l’album da cui è tratto questo brano, ha un valore emotivo molto forte. È una virata verso un art jazz-rock sperimentale, suonato, molto vero, impreziosito dallo splendido timbro di Mark Hollis. Un album dall’identità fortissima, che inizia con un sound e finisce con lo stesso sound.


Paranoid Android – Radiohead

Ok Computer non è forse il loro disco più bello, che secondo me è Kid A oppure Amnesiac. Peraltro, mentre questi ultimi due album secondo me non invecchiano male, se ascolto Ok Computer lo sento un po’ datato. Tuttavia i Radiohead sono stati i primi a mettere insieme elementi diversi e farli diventare una sorta di genere che è stato ripreso da tutti. I Radiohead avranno preso spunto da qualcuno, ma da loro hanno preso spunto TUTTI!


Everyday Robots – Damon Albarn

“Un album fatto con tanto cut-and-paste: i campionamenti si mescolano alla programmazione elettronica ma tutto è al servizio della voce di Damon Albarn. Non c’è nulla di ridondante. Un’elettronica raffinata, non da plug in! È difficile fare un disco così bello dal punto di vista sonoro. Le canzoni non sono il fulcro, ma l’insieme è una grande cosa.


The Unforgettable Fire – U2

“The Unforgettable Fire ha una sonorità particolare perché è stato registrato in un castello irlandese, lo Slane Castle. Ecco perché l’album si caratterizza per sonorità aperte e riverberate, grandi distanze e texture sonore alquanto inusuali. Brian Eno e Daniel Lanois hanno dato un contributo fondamentale a questo disco… e ho la sensazione che siano più contenti loro di come è uscito rispetto agli U2!


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